Buon Natale, da Mamma Rai

Parliamo di sport e di televisione. E di regali. Anzi, niente regali.
In questi ultimi giorni si sta discutendo del mancato acquisto da parte della Rai dei diritti per trasmettere i
mondiali di calcio in Russia e delle poche gare di Formula 1 che ancora restavano in diretta in chiaro.
Diventa sempre più vero che per vedere lo sport bisogna pagare. Eppure per guardare la Rai si paga un
canone, e nemmeno di prezzo così basso. Ora sarebbe molto facile indignarsi per la sottomissione di
praticamente ogni sport a logiche economiche ma questo, oltre ad essere palese, non aiuta a capire bene
cosa sta effettivamente succedendo.
Il calcio, secondo i dati pubblicati ISTAT nel 2017 (ma purtroppo aggiornati al 2015), è lo sport più praticato
dagli under 35 (al 33% circa), ed è di gran lunga quello con più pubblico, con il 92% delle vendite di biglietti
secondo Ebay. Non è quindi certamente uno sport in crisi, almeno economicamente. Il fatto che l’Italia non
sarà ai mondiali farà sì calare un po’ l’audience, ma difficilmente questa crollerà rovinosamente. La Formula
1 dal canto suo fa registrare un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, con un buon aumento nelle
vendite di biglietti in tutte le gare, complice il grande incremento prestazionale delle vetture e la stagione
da protagonista della Ferrari, che si è giocata il mondiale quasi fino alla fine. La Rai dunque non rinuncia a
degli sport in crisi per risparmiare, ma semplicemente investe su cose ritenute più redditizie o interessanti
dai dirigenti. Quali siano non è dato sapere.
Si ripropone dunque il problema di una televisione di stato che di fatto fornisce un servizio monco, che è sì
generalista ma costantemente di bassa qualità, in cui a stipendi di dirigenti e conduttori da capogiro
corrispondono un’incompetenza e una sciatteria indegne nella gestione dei suoi numerosi canali. Sì, perché
a mamma Rai i soldi non mancano di certo, e la cessione delle dirette sportive (per non parlare di diritti di
film e serie tv, continuamente snobbati dalla Rai) ha solo motivazioni di disinteresse da parte della
dirigenza e dell’utenza che non si fa sentire.
Come si diceva però, l’indignazione è facile, mentre la comprensione del fenomeno è un’altra cosa, e finché
questa trasformazione è ancora in corso si può dire solo qualcosa di molto parziale. Per il momento
assistiamo indubbiamente alla svendita e alla ritirata della tv di stato dal mercato delle trasmissioni più
difficili da accaparrarsi (sostanzialmente lo sport più mainstream, le serie tv e i film di qualità) a vantaggio
delle trasmissioni di informazione, dei talk show politici e dei contenitori più generalisti che occupano la
metà mattina e i pomeriggi. È una scelta sicuramente legittima, ma che potrebbe avere delle grosse
conseguenze, e in parte già le ha. La televisione è infatti un enorme mezzo di educazione che arriva
facilmente a tutti, e ancora oggi la maggior parte della popolazione guarda la tv in chiaro, non quella a
pagamento. Se quindi si fornisce un servizio oggettivamente scadente alla maggior parte degli Italiani
propinandolo come se fosse all’avanguardia si sta facendo della cattiva educazione, non ci sono mezzi
termini con cui definirla. Chi fa televisione ha questa responsabilità, al pari di un professore, e deve
assumersela. L’Italia ha una grande tradizione e cultura sportiva, in molte discipline diverse, dal calcio alla
pallavolo al ciclismo al motorsport e alle arti marziali, così come nel cinema, e non riconoscere l’importanza
di tutto questo significa non comprendere l’evoluzione culturale degli ultimi due secoli (almeno) e far
abbassare il livello culturale di un intero paese costretto a vedersi, se accende la televisione tra un
panettone e l’altro, l’ennesima replica di Mamma ho perso l’aereo. Buon Natale. (Marco Notarfonzo)

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