La stagione di Rimbaud

Il dieci novembre 1891 muore a Marsiglia Jean – Arthur Rimbaud, l’enfant prodige, il poeta
giovane, che rivela il suo genio e il suo talento già all’età di diciassette anni, pubblicando Una
Stagione in Inferno e inviando le sue poesie a Paul Verlaine, con cui condivide una tempestosa
storia d’amore, un confronto letterario, poetico e umano continuo. Confronto, quest’ultimo, anche
molto pericoloso per il giovane Rimbaud, contro cui, in un momento d’ira e di assunzione di alcol,
Verlaine spara, ferendolo al polso e venendo poi incarcerato.
Nel novero dei “poeti maledetti”, insieme a Verlaine e Baudelaire, il giovane autore infligge una
ferita alla poesia moderna, che quella contemporanea si ritrova ancora a dover rimarginare.
La vita di Rimbaud inizia il 20 ottobre del 1854 (stesso anno di nascita di Wilde) a Charleville, fuori
dalla “Parigi che cambia”, per dirla, appunto con Baudelaire.
Dopo la lunga corrispondenza con Verlaine, il poeta vi si trasferisce e comincia a venire a
conoscenza della rete di contatti di Verlaine, distaccandosene presto, definendola costituta da “falsi
poeti”, da coloro che “fanno letteratura”.
Rimbaud desidera uno sregolamento di tutti i sensi, desidera sentirsi una “barca ebbra” sul fiume
d’un incessante ispirazione che sia rivelazione e non rima, non merce, non libro. Egli desidera
essere poeta e non funzionario delle lettere.
Nella celebre Lettera del veggente egli dichiara:
Mi sono scoperto poeta e lavoro per essere veggente.
La poesia, dunque, non è da leggersi ad alta voce, non è assenzio e rima, ma esperienza che
trasforma e desta un Io che si riscopre altro da sé e che si desta col sole, con Dio.
Una Stagione in Inferno o “libro negro; libro pagano”, rivela una forte religiosità alla base e
un’ottima conoscenza teologica e biblica da parte dell’autore e rivela un percorso, una strada da
seguire per avere le Illuminazioni. L’opera di Rimbaud è una discesa in un concerto d’Inferni, la
discesa del dannato che incontra Belzebù che tira i Saladini per la cravatta e incontra l’orrore
dell’inferno individuale, è, in altre parole, un immenso atto di umiltà e seppur difficile, un
incoraggiamento ad affrontare tutte le nostre paure per risvegliarci, per essere pronti, desti, chiamati
a diventare qualcosa che è diverso da ciò che eravamo, qualcosa che, nel profondo, merita, dopo
questa discesa, la risalita, la luce, la liberazione attraverso la salvezza, le Illuminazioni.
La poesia di Rimbaud non somiglia a nessun’altra e non vuole somigliare a nessun’altra, perché ciò
che egli vede intorno a sé, non è poesia, non è cambiare, è fare letteratura, è seguire schemi e metri, regole, verso, prosa, Rimbaud sa che è destinato ad essere Poeta, creatore, battezzatore di un mondo
che deve venire, che non si conosce, ma che egli ha già visto, come un profeta.
Rimbaud è un annunciatore, nunzio dei popoli e degli autori, accompagna il lettore ad andare fino in
fondo, ad affrontare i deliri, la puzza di zolfo e del fuoco dell’Inferno, la dannazione, lo
sregolamento delle norme e delle cose tutte, il capovolgimento dei canoni standardizzati.
Ecco il taglio alla tela, ecco la ferita alla poesia.
Rimbaud non dice Io, come direbbe Lamartine, come direbbe il lirismo romantico, egli dice io
perché Je est un autre, Io è un altro e non è colpa del legnetto se si ritrova violino o dell’ottone se
diventa tromba. Non a caso egli sceglie la trasformazione di materie in strumenti musicali, perché
l’Io che muta e che si desta quando sorge il sole, è un Io che deve consuonare con le altissime
frequenze dell’assoluto e dell’immenso, di quell’eternità che l’autore ritrova tra il sole e il mare.

Elle est retrouvée!
Quoi? l’éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Dopo la fine della relazione con Verlaine, egli decide, tuttavia, di lasciare la poesia e di
intraprendere attività di contrabbando in Africa. Si ammala e muore per un tumore al ginocchio, a
Marsiglia, ma niente muore di questo giovane, questo veggente, questo ragazzo e poi uomo e poeta
che ci invita davvero a capire il Paradiso attraverso l’Inferno, la beatitudine, attraverso la
dannazione e la sofferenza, perché senza aver sofferto, non si può capire appieno quella che
chiamiamo felicità.
Rimbaud dà un colore alle vocali, delira ed è tremendamente lucido, consapevole e speranzoso, che,
dopo la notte infernale, venga un giorno di luci, di bagliori e di salvezza.
Poesia non è una sezione di letteratura in libreria, poesia è salvezza.
Rimbaud, come scriveva Verlaine, aveva le suole di vento e le sue orme, su quella sabbia, tra il sole
e il mare, aprono la strada e la indicano ai Simbolisti, a Mallarmé, a Claudel, a tutti noi. (MB)

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