Natale e altri disastri

Io non credo; non ho il dono della fede perché ho sempre sentito distanti il cristianesimo e la Chiesa dal mio cuore e dalla mia sensibilità. Eppure mi rendo conto da Veneto, da Italiano, da Europeo che il Natale è parte fondamentale della tradizione della mia terra e del continente in cui vivo. Non parlo però di un tradizionalismo sterile, a cui bisogna guardare solo per aggrapparmi ad un simbolo per rivendicare la mia identità: perché se io sono così, è grazie pure del patrimonio culturale che mi porto dietro. Io come voi. Il 25 dicembre festeggiamo la nascita di un uomo che ha rivoluzionato con il suo messaggio l’intero Occidente. Che se lo ritenga figlio di Dio, la sua incarnazione, il suo Verbo fattosi uomo o più semplicemente un profeta o un predicatore poco importa per il nostro discorso: la sua figura è stata, che lo si voglia o no, latrice di un messaggio che nessuno prima o dopo di lui ha mai proferito. Gesù Cristo ci ha chiesto di amare il nostro prossimo come noi stessi, pure di porgere l’altra guancia se subiamo un torto. Al di la’ dei dibattiti teologici dietro alla sua figura -non ne è la sede adatta-, si dovrebbe guardare il Natale come la ricorrenza in cui si è rivelato al mondo l’Amore, nella sua forma umana o divina. E l’Amore non offende nessuno, né ebrei, né musulmani, né buddhisti. Relegare in un angolo il Natale perché potenzialmente offensivo è indice di una scarsa cognizione culturale e di apertura mentale; ma stranamente chi propone tutto ciò sono gli stessi che si vantano, in un ostentato e stentato inglese, di essere open minded, e di combattere contro i conservatori fascisti e bigotti. In un’epoca come la nostra in cui imperversa il multiculturalismo, decidere di castrare la propria identità per paura di ferire l’altro non vuol dire altro che non saper reggere il confronto e il dialogo -scegliendo perciò di annullare la dialettica che è propria degli uomini, delle civiltà e delle religioni. Io non credo. Ma riconosco nella nascita di Cristo i prodromi di una rivoluzione tutt’ora in fieri, e non riesco a vedere il motivo per cui dovremmo pensare che la natività di un bambino possa ferire gli animi e i sentimenti di persone che seguono una religione diversa. I musulmani annoverano tra i più importanti profeti dell’Islam il Nazareno; è una giornata di festa anche per loro, se vogliamo vederla sotto quest’ottica. Ed è il periodo dell’Hanukkah ebraica. Perché negare i festeggiamenti del Natale, dunque? Per ignoranza, per malafede, per il peso insopportabile del confronto, per strumentalizzazione politica. Oggi è il 25 dicembre; l’anniversario di nascita dell’Amore sulla Terra. E chi vuole chiamarla Grande festa delle feste non agisce tanto perché vuole rispettare le religioni altrui, ma perché ha paura della propria. Della propria tradizione. Della propria cultura. Della propria identità. (Alessandro Soldà)

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